giovedì 4 luglio 2019

Pasta lievitata e condita


Anche quest’anno un gruppo di amici provenienti dalla Valle Argentina, dalla Val Nervia e dai dintorni, ha deciso d’incontrarsi in un giorno d’agosto nel summit di Colla Melosa. Dopo i convenevoli e la rituale passeggiata nel bosco, ha avuto luogo il consueto working lunch. Tra le portate di antipasto c’era anche una porzione di quella che il dizionario italiano definisce: «Sottile focaccia fatta di farina impastata con acqua e lievito, spianata a mano, variamente condita e cotta in forno». Nel nostro caso il condimento era quello classico della pizza ligure ovvero: salsa di pomodoro con o senza cipolla, olive taggiasche, acciughe, aglio crudo in camicia, olio extravergine d’oliva, con l’aggiunta o meno di capperi e di erbe aromatiche.
Immediatamente il simposio si è ravvivato intorno al nome che tale celebre pietanza assume nei vari dialetti di provenienza dei commensali. Ad esempio una gentil donna di Pigna, assisa a capotavola, ha detto subito: vuiùn, e prontamente si è udito un eco da Castelvittorio: fugazza!
A Triora si chiama crescenza, ha continuato il dotto dell’antica podesteria, argomentando come la denominazione sia appropriata, trattandosi pur sempre di pasta che dev’essere lievitata, quindi “in crescita”. A tal erudita spiegazione i convenuti da Isolabona hanno contrapposto, non senza un certo imbarazzo, la loro versione: pisciarà. L’eco di tal suono, invero un po’ sgradevole, ha provocato un sussulto d’orgoglio nel partecipante di Vallecrosia e nella rappresentante di Vallebona, la quale è sortita dichiarando di sentirsi confortata nel non esser sola con tale attestazione, condivisa anche con gli abitanti di Soldano, nella variante pesciarà, e di Perinaldo, sebbene questi ultimi pronuncino il termine con una erre palatale in un modo che solo loro sanno fare. A Ventimiglia, invece, prende il nome di pisciadela, mentre a Bordighera quello di pisciarada.
Quest’anno, non avendo potuto essere presente la rappresentante di Dolceacqua, sono state prontamente interpellate, a tale proposito, fonti certe che hanno dato una circostanziata spiegazione. In questo caso la terminologia si diversifica da tutte le altre, anticipando quella del dizionario italiano, infatti i dolceacquini chiamano la pizza ligure: påsta cun a bågna, quella condita col sugo di pomodoro e cipolla;  con le varianti di påsta cun a sevula per la focaccia con la cipolla e påsta cun e erbe, quella con erbette, formaggio e cipolla. 
Un’altra particolarità è il termine di Apricale: machetusa. Ciò devesi al condimento, poiché al posto dei filetti d’acciuga si usa o si usava il machetu, una sorta di pasta preparata con giovani acciughe dette putine. Il machetto è considerato un condimento utilizzato prima della coltivazione del pomodoro e si ritiene che sia una variante del pissalat nizzardo: olio scaldato con aglio nel quale vengono fatte sciogliere le acciughe per la preparazione della pissaladière niçoise che, essendo più antica, non ha pomodoro ma cipolla.
Un buon trait d’union tra la pissaladière nizzarda e la nostra pisciadela-pisciarada-pisciarà, è rappresentato, sia dal punto di vista etimologico sia da quello culinario, dalla pichade mentonasca, la quale ha gli stessi ingredienti della pissaladière con in più il pomodoro. A tale proposito è stato sorprendente apprendere dalla commensale di Creppo, come tale vocabolo abbia risalito quasi tutta la Valle Argentina, insinuandosi nell’idioma locale pressoché incontaminato: pisciada. Ricordo forse delle antiche “stagioni” dei nonni a servizio nelle case e negli alberghi di Mentone.
A questo punto inevitabilmente è entrato in discussione il termine sanremasco di sardenaira con la variante sardenaia di Taggia e di Badalucco. Il perché di questo termine è strano, dato che non si usano le sardine, bensì le acciughe. Una spiegazione ce la può fornire "Ricette di osterie e genti di Liguria" pubblicato dallo Slow Food, dove si riporta che il machetu è fatto con le sardine! A Baiardo, infine, si chiama semplicemente pasta.

Gian Paolo Lanteri

Errata-corrige: a Taggia la "pizza nostrana" è chiamata: figazza e non come da me riportato: sardenaia.



giovedì 25 aprile 2019

25 Aprile 2019


"Oggi è la Festa della Liberazione, una data dalla quale la storia moderna non può prescindere. Da allora, la nostra nazione non ha più vissuto guerre e ha costruito un paese libero e democratico, fondato sui principi scritti nella Costituzione.

Oggi si ricorda la lotta partigiana, grazie alla quale l'Italia fu liberata dal nazi-fascismo, mettendo fine all'asse Hitler-Mussolini, due nomi da ricordarsi nel pieno della loro negatività. Una lotta di popolo, costata vittime e sacrifici, combattuta da molti spesso contro la propria volontà di partecipazione, ma piuttosto per necessità, nella consapevolezza di combattere per una causa giusta e generosa. Una lotta che, affiancata dall'intervento delle potenze mondiali, ha permesso all'Europa di essere liberata e di intraprendere il suo percorso di evoluzione e progresso e di giungere alla sua unificazione affinché non si ripetessero più conflitti tra le nazioni al suo interno.

La storia è maestra di vita solo se studiata, se ascoltata dai racconti, se tramandata onde non perderne la conoscenza.

Il passare dei decenni ha dimostrato che è facile dimenticare o non sapere, insomma ignorare quel passato appena dietro l'angolo che portò tanta devastazione. Nulla è acquisito per sempre, conquiste costate grandi sacrifici possono svanire in modo molto rapido, laddove il diritto perde la sua ragion d'essere e si fanno sempre più spazio l'istinto e la grettezza, ovvero l'ignoranza.

I tempi attuali destano serie preoccupazioni. Non possono venir meno i concetti di uguaglianza tra gli esseri umani e dei diritti umani, i quali non possono essere per alcuni maggiori, per altri ridotti. Questa è la vera discriminazione: pensare che qualcuno abbia meno tutela di altri per nascita, per credo religioso o per estrazione sociale. Non si può arrivare ad addossare la colpa delle cose che vanno male al diverso, perché allora la storia può ripetersi.

Il clima politico che stiamo vivendo sembra che stia andando proprio in questa direzione: siamo consapevoli di vivere da sempre nella dualità, nella diversità di pensiero e, grazie alla libertà e alla democrazia, non è mai venuto meno il confronto. E' pericoloso e troppo facile semplificare i concetti, parlare agli istinti invece che alla ragione, aizzare le folle: compito della politica è comportarsi esattamente al contrario. Invece, oggi, inquieta che serpeggi un'ondata di odio nei confronti del diverso, sia per etnia, sia per differenza di pensiero ideologico, sia per razzismo e prevaricazione: un'onda lunga, che si sta espandendo in tutta Europa, alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.

Affinché la storia non debba sottostare ai suoi Corsi e ricorsi (come sosteneva Giambattista Vico), è necessario che l'uomo continui il suo cammino evolvendo e non regredendo. I principi fondativi della Costituzione sanciscono intensamente qual è la strada da percorrere ed ognuno di noi ha il dovere e l'opportunità di continuare a costruire un mondo migliore. Perché la Liberazione non è solo un evento riconducibile al 25 aprile del 1945, ma è un valore da difendere ogni giorno, onde evitare che la barbarie possa ripetersi".



Testo del mio intervento al Cippo alla Resistenza di Vallebona



sabato 12 gennaio 2019

Da un taccuino di viaggio di Giuseppe Yusuf Conte

Giuseppe Yusuf Conte (1945)

"Ricopiato da un taccuino che tengo in tasca in viaggio:

Io mi ribello, non è giusto:

che al   progressivo arricchimento di pochi protagonisti della finanza globale  sia  proporzionale l’impoverimento di miliardi di esseri umani , tra cui io

che la globalizzazione spazzi via tutto quello che è tradizione, passato, appartenenza, sia sul piano spirituale sia sul piano materiale

che la politica ecologica sia appannaggio della tecnologia , cioè di quello che ha provocato i danni peggiori alla natura, e la natura diventi un fatto di tecnocrati e un business, invece che un oggetto d’amore  e di bellezza per tutti gli uomini del pianeta

che  scompaiono mille mestieri al giorno  e mille negozietti di quartiere, tutto ciò che è umile, concretamente utile, umano

che proliferino i  grandi centri commerciali, mentre scompaiono o si svuotano cattedrali e teatri, rendendo i  nostri tempi sempre più amorfi  e miserabili

che i robot sostituiscano gli esseri umani , deprezzando definitivamente il lavoro, la creatività, la dignità individuale del lavoratore

che le privatizzazioni siano considerate sempre il bene assoluto, e che tutto quello che è pubblico e dunque di tutti vada smantellato

che tecnica, economia, finanza siano considerate  una  triade che deve ineluttabilmente dominare il mondo

che  tutto ciò che appartiene alla sfera dell’anima, del sacro, della bellezza, del mistero  venga spento , e l’uomo sia ridotto a una dimensione materiale e poi a nulla
 
che elettronica, rete, social media governino e scandiscano la vita delle masse, rendendo tutto virtuale , senza corpo, senza verità, senza divinità, senza vera vita

che venga considerato illegittimo usare energie insurrezionali per  abbattere un potere ingiusto

che io debba  sottostare all’ignoranza , alla cecità, alla presunzione, alla miseria spirituale degli uomini del potere economico e politico, senza combatterlo in nome dell’arte , dell’amore e  dell’umanità".

Parigi, Le Danton, 9-12-2018


martedì 1 gennaio 2019

Nei "Duzàiri" tutti i segreti dell'anno


In passato, quando i satelliti meteorologici erano del tutto sconosciuti, la sapienza popolare aveva già escogitato un ingegnoso sistema per le previsioni del tempo, e per giunta a lungo termine. E oggi c'è ancora qualcuno, specie nelle zone rurali, che ricorre a questo antico metodo.

Si trattava di fare i Duzàiri o e Duzàire (parole derivate dal numero dialettale duze, ovvero dodici), una pratica che consisteva nell'osservare le condizioni del tempo durante i primi dodici giorni di gennaio e da ciò pronosticare l'andamento meteorologico dei mesi dell'anno. Così a giorni sereni o piovosi avrebbero corrisposto mesi di bel tempo o di pioggia, a giornate calde o fredde mesi afosi o rigidi.

L'usanza, diffusa in tutta la Liguria, si chiamava calèndie nell'imperiese e calàndria o calàndre rispettivamente nell'area genovese e savonese. Una particolarità può essere considerata quella del dialetto di Buggio, in alta Val Nervia, dove è in uso (o almeno lo era) la parola diair(i)e.

Volgendo lo sguardo fuori casa, scopriamo che in Spagna l'usanza esisteva con il nome las cabañuelas, come ci assicura Pedro De Alarcon nella sua novella El año campesino, l’anno contadino, in Nouvelas cortas, Madrid 1955. In questo saggio, l’autore enumera le varie tappe dell’anno, viste nell’ottica dei contadini, per i quali la divisione del tempo non avveniva in base alle date del calendario, ma secondo lo svolgersi dei cicli naturali. Da altre fonti autorevoli, sempre spagnole, si viene a sapere che l’osservazione delle vicende meteorologiche, ai fini della previsione, riguardava i primi 12, 18 o 24 giorni di gennaio e di agosto. In questo modo la validità del pronostico si prolungava fino ai mesi dell’anno successivo.

Anche presso la comunità albanese in Italia, si pratica questo antico sistema di previsione del tempo. Soltanto che i 12 giorni presi in considerazione non sono i primi di gennaio, ma quelli che precedono la festa di Natale, cioè dal 14 al 25 dicembre. Come si dice: paese che vai, usanza che trovi.


Renzo Villa, Dialetto ieri e oggi, Cumpagnia di Ventemigliusi, 1996, pag. 12



giovedì 1 novembre 2018

Un articolo da salvare


Yanis Varoufakis e Bernie Sanders:  
“Sconfiggere la follia delle nuove destre è possibile”

La nostra epoca sarà ricordata per la marcia trionfale di una destra capace di unificarsi a livello mondiale in una vera e propria Internazionale nazionalista emersa dal pozzo nero del capitalismo finanziario. Allo stesso tempo, però, potrebbe, invece, essere celebrata come il tempo di una grande risposta umana a questa follia. Ciò dipende dalla volontà e dall’impegno dei progressisti negli Stati Uniti, nell’Unione europea, nel Regno Unito e in paesi come il Messico, l’India e il Sudafrica, di forgiare una nuova Internazionale dei Progressisti.
Il nostro compito non è senza precedenti. I fascisti non sono andati al potere, nel periodo tra le due guerre mondiali, promettendo violenze, guerre o campi di concentramento. No. Arrivarono al potere rivolgendosi a tanta brava gente che, spaventata e immiserita da una durissima crisi economica, era stata sino ad allora trattata come merce che aveva perso il proprio valore di mercato.
Invece di trattare questa gente come dei miserabili, i fascisti la guardarono negli occhi e giurarono di ridargli dignità, offrirono la loro amicizia, dettero a questa gente la sensazione di far parte di un grande ideale, la aiutarono a pensarsi qualcosa in più che meri consumatori.
Quell’iniezione di autostima era accompagnata da avvertimenti contro lo “straniero” in agguato che minacciava la loro rinata speranza. La politica di “noi contro loro” prese il sopravvento, scolorita dalle caratteristiche della classe sociale e definita unicamente in termini di identità. Il timore di perdere il proprio status si trasformò in tolleranza nei confronti delle violazioni dei diritti umani prima contro i sospetti “altri” e poi contro qualsiasi forma di dissenso.
Non è forse questo il modo in cui Donald Trump ha prima conquistato la Casa Bianca e ora sta vincendo la guerra discorsiva contro l’establishment del Partito Democratico? Non è questo che ricorda l’improvviso apprezzamento da parte dei Conservatori a favore della Brexit di un servizio sanitario nazionale che avevano affamato per decenni, o l’energico abbraccio della democrazia che invece il thatcherismo aveva subordinato alla logica delle forze del mercato? Non sono questi i modi dei governi di estrema destra in Austria, Ungheria e Polonia, o dei nazisti di Alba Dorata in Grecia e, più acutamente, di Matteo Salvini, l’uomo forte che guida il nuovo governo italiano? Ovunque guardiamo oggi, assistiamo a manifestazioni di rinascita di un’ambiziosa Internazionale Nazionalista, con caratteristiche che non avevamo più visto dagli anni ’30.Mentre ciò accade tutte le altre forze si comportano come se avessero un debole per il ripetere ogni errore della Repubblica di Weimar.
Ma basta con la diagnosi.
La domanda pertinente ora è: cosa dobbiamo fare? Un’alleanza tattica con l’establishment attuale a livello mondiale è fuori questione. Tony Blair, Hilary Clinton, l’establishment socialdemocratico dell’Europa continentale sono troppo compromessi dai loro legami monetari con un degenerato capitalismo finanziario e con le sue ideologie. Per decenni hanno fatto affidamento sul populismo del libero mercato: la falsa promessa che tutti noi potessimo star meglio a patto che ci sottomettessimo alla mercificazione di ogni cosa, noi compresi. Ci hanno fatto credere in una scala mobile sociale senza fine che ci avrebbe portati ai vertici della soddisfazione del consumatore, ma essa non esiste.

Il 1929 della nostra generazione, avvenuto nel 2008, con la crisi dei subprime, ha infranto questa illusione. L’establishment ha continuato come se fosse possibile riparare le cose attraverso una combinazione di austerità per i molti, socialismo per pochissimi e autoritarismo tutt’intorno. Nel frattempo, l’Internazionale Nazionalista ha cominciato a vincere, alimentata dal crescente malcontento.
Per contrastare questo stato di cose, i progressisti devono specificare molto chiaramente le cause e la natura del malcontento e dell’infelicità del popolo: l’intensa guerra di classe dell’oligarchia globale contro il precariato in rapida crescita, contro ciò che resta del proletariato occidentale e, in generale, contro i cittadini più deboli.
Quindi, dobbiamo dimostrare che l’unico modo in cui i molti possono riprendere il controllo delle loro vite, delle loro comunità, delle loro città e dei loro paesi è coordinando le nostre lotte lungo l’asse di un New Deal internazionalista. Mentre non va più permesso al capitale finanziario globalizzato di distruggere le nostre società, dobbiamo spiegare che nessun paese è un’isola. Proprio come il cambiamento climatico richiede sia un’azione locale che una internazionale, così la lotta alla povertà, al debito privato e ai banchieri disonesti. Per illustrare che le guerre commerciali e dei dazi non sono il modo migliore per proteggere i nostri lavoratori, dal momento che arricchiscono principalmente le oligarchie locali, dobbiamo fare una campagna per accordi commerciali che impegnino i governi dei paesi più poveri a legiferare salari minimi per i loro lavoratori e garantire posti di lavoro a livello locale. In questo modo le comunità possono essere rianimate in paesi ricchi e poveri contemporaneamente.
Ancora più ambiziosamente, la nostra Internazionale Progressista deve proporre una International Monetary Clearing Union, del tipo suggerito da John Maynard Keynes durante la conferenza di Bretton Woods nel 1944, includendo restrizioni ben precise sui movimenti di capitale. Riequilibrando salari, commercio e finanza su scala globale, la migrazione involontaria e la disoccupazione involontaria diminuiranno, ponendo fine al panico morale intorno al diritto umano di muoversi liberamente nel mondo.
E chi sta cercando di mettere insieme questa Internazionale Progressista disperatamente necessaria? Fortunatamente, non mancano potenziali iniziatori: la “rivoluzione politica” di Bernie Sanders negli Stati Uniti, il partito laburista di Jeremy Corbyn, il nostro Movimento Democrazia in Europa, il presidente eletto del Messico, gli elementi progressisti dell’African National Congress, i vari movimenti che combattono contro bigottismo e austerità in India.
Cominciamo noi oggi. Altri ci seguiranno nel momento in cui l’odio e la rabbia cederanno il passo a nuove e più umane speranze.
Yanis Varoufakis

RISPOSTA DI BERNIE SANDERS

Yanis Varoufakis ha perfettamente ragione. In un’epoca di massicce disparità globali, disuguaglianze di reddito, oligarchia, autoritarismo e militarismo in aumento, abbiamo bisogno di un movimento progressista internazionale per contrastare queste minacce. Non è accettabile che l’1% che sta in alto della popolazione mondiale possieda più ricchezza del 99% in basso, che le multinazionali e i ricchi accumulino oltre 21 trilioni dollari in conti bancari offshore per evitare di pagare la loro giusta quota di tasse e che l’industria del combustibile fossile continui a distruggere il pianeta perché i paesi non sono in grado di cooperare efficacemente per combattere il cambiamento climatico.
Mentre i ricchi diventano molto più ricchi, le persone in tutto il mondo lavorano più ore per salari stagnanti e temono per il futuro dei loro figli. Le destre più estreme sfruttano queste ansie economiche, creando capri espiatori che mettono un gruppo sociale contro un altro.
La soluzione, come sottolinea Varoufakis, è un’agenda progressista internazionale che riunisca i lavoratori e i cittadini di tutto il mondo attorno a una visione di prosperità condivisa, sicurezza e dignità per tutte e tutti. Il destino del mondo è in gioco. Andiamo avanti insieme ora!

BY  · SET 15, 2018


lunedì 16 luglio 2018

U Giacuré 2018


A 31 anni di distanza dalla I° edizione, il Premio di poesia dialettale intemelio U Giacuré continua il suo cammino durante il quale è doveroso ricordare la sua istitutrice, prof.ssa Marisa Amalberti De Vincenti. Un premio in memoria del marito prematuramente scomparso e cultore del dialetto. Un concorso di poesia che continua a coinvolgere un territorio compreso tra Nizza e la Valle Argentina, insomma l’estremo ponente, il far west.

Per questa edizione sono stati inviati 26 componimenti da sottoporre al vaglio della giuria, della quale mi preme ricordare i nomi: Daniela Lanteri, presidente, Ferruccio Poggi, Gianni Modena, Gianni Rebaudo e Marilisa Sismondini. Nell’insieme il livello delle opere si è rivelato buono e, pur non essendo U Giacuré un concorso a tema, si è notato che l’argomento maggiormente trattato è stato quello riferito alla Natura.

Mi è venuto spontaneo chiedermi “perché” e ho provato a dare una risposta.
Si ritorna alla Natura e al suo ricchissimo mondo quando c’è una caduta di valori altri: essa diventa un concetto di rifugio, quel qualcosa che stando al di là del tempo e dell’uomo, continua imperterrita il suo miracolo, pur subendo aggressioni e devastazioni di proporzioni esagerate da parte dell’uomo stesso.

L’osservazione di molti di voi si è soffermata su micro-aspetti, quasi in contrasto con i fenomeni di globale grandezza cui è giunta la comunità umana. L’infinitamente piccolo e talvolta il sommerso, assumono quindi un magico aspetto pieno di leggi sue proprie, immutabili, rinnovabili, perenni. Un mondo da osservare nel momento in cui l’uomo non sa più dare il meglio di sé, nonostante la sua preziosa intelligenza e magnifica emotività.

La Natura, matrigna per leopardiana memoria, cattura l’osservazione, stupisce per la sua energia vitale, incanta per la sua bellezza e diventa panacea di fronte ad un quotidiano sempre più privo di valore, di spessore e di profondità.

I sentimenti cedono il passo allo stupore quasi infantile che si cela nella Natura. I sentimenti faticano a ritrovare una loro sede espressiva forse perché il momento storico è troppo compulsivo, veloce e dà più voce all’agire che al pensare e soprattutto al sentire; le emozioni si nascondono dietro una realtà virtuale che non è comparabile alla realtà vera e propria: nessuna mediazione è possibile laddove manca la presenza fisica dell’altro da sé.

Tutto contribuisce ad impoverire l’anima, la vera sede della contemplazione e quindi della poesia.



mercoledì 25 aprile 2018

Vallebona, 25 aprile 2018

U Cipu

"1915 – 1945: sono le date che segnano l’inizio della I e la fine della II G. M.
In quella prima metà del secolo scorso, in trent'anni e in nemmeno dieci sommati di guerra, l’Europa ha pagato la follia umana con quasi 50 milioni di vittime. Cinquanta milioni, quasi l’intera popolazione italiana… Era inevitabile che, da quel 1945, iniziasse un percorso nella vita politica delle nazioni europee avente lo scopo di evitare il ripetersi di simili tragedie.
C’erano diversi punti da mettere a fuoco, importanti e chiari, alla luce delle ferite riportate e di quell’impensabile numero di vittime. C’era da isolare in tutti i modi il nazifascismo, in primis, affinché si potesse guardare ad un futuro democratico, senza soprusi, senza oppressioni, senza orrori. C’era poi da creare una sorta di comunità in cui riconoscersi ed appartenere, al fine di ridurre il più possibile i nazionalismi, le competizioni, le supremazie, la rivalità.
Ed entrambi questi progetti hanno trovato realizzazione.
        *   In Italia, il 2 giugno 1946, con il referendum in cui votarono per la prima volta le donne, fu scelta la Repubblica e, due anni dopo, venne promulgata la nostra preziosa Costituzione.
      *   Il 25 marzo 1957 nacque la CEE, ovvero il Comitato Economico Europeo, con la firma dei Trattati di Roma, in vigore dal 1 gennaio 1958. Essi fissavano un periodo transitorio di dodici anni (conclusosi il 31 dicembre 1969) entro cui si sarebbe dovuto realizzare il Mercato Unico, fondato sulla libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali su tutto il territorio dei sei Paesi aderenti (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo). Uno spazio economico unificato, con condizioni di libera concorrenza tra le imprese e che permettesse di ravvicinare le condizioni di scambio dei prodotti e dei servizi.
Questi sono i cardini su cui si basò il percorso dell’Europa in seguito a ciò che le due grandi guerre avevano provocato. Democrazia e Unione, due principi tanto alti quanto difficili da sostenere e perseguire. Due principi costati tante lotte, sia per liberarsi definitivamente dalla barbarie, sia per ottenere in tempo di pace, lo stato sociale, nonché riconoscimenti e diritti alle classi più deboli.
E nonostante l’imperfezione dei sistemi economico-politico-giuridici, alta deve rimanere sempre la guardia e viva la memoria. Non si gridi alla non democrazia o alla non libertà quando si applicano leggi che impediscano propagande, comizi, riunioni di stampo fascista: il fascismo, in Italia, è bandito dalla legge, è bandito dalla memoria, è bandito da un passato che non passa.
In questo giorno, il 25 aprile, Festa della Liberazione, non si vuole inneggiare a nessun eroismo: la lotta partigiana o lotta di popolo fu tanto necessaria quanto non auspicata, fu l’inevitabile conseguenza di uno scellerato regime che già di suo era deprecabile e coronò il peggio alleandosi alla Germania nazista. Il 25 aprile, nel presente, sia invece, un monito; sia consapevolezza di ciò che può provocare una falsa propaganda; sia conoscenza dei fatti e non manipolazione della storia; sia un riportare la coscienza ai principi di Democrazia e Unione, unici cardini del vivere senza conflitti. W la Resistenza, W il 25 aprile."


Pia Viale