venerdì 26 giugno 2015

Il mio demone è un senza tetto


Il mio demone è un senza tetto
senza paura della tempesta
uno che abita la battigia
uno che abita la frontiera
uno che sulla sabbia nera
corre e fa capriole
aspettando che torni il sole.

Onde e vento lo prendono
schiume, salino, nuvole
e lui continua a correre
tra nebbie che disorientano
e fulmini che scardinano.

Se io con lui mi lamento
che sono un bronco gettato
sulla riva della marea
orme di cani e di gabbiani
un groppo di nudi rami,
ride, mia vita, e dice:
"Tu sei quello che ami".


Giuseppe Conte 


lunedì 22 giugno 2015

Il volersi bene



"Il volersi bene si costruisce. 
L'amore lo senti immediato, non ha tempo. È dire "ti sento" un contatto di pelle, un abbraccio, un bacio. 
Mantenersi, è il mio verbo preferito, tenersi per mano. 
Ti può bastare per la vita intera, un attimo, un incontro. Rinunciarvi è folle sempre e comunque". 


Erri De Luca

giovedì 4 giugno 2015

Due (non amo i numeri pari... ma)


Quando saremo due saremo veglia e sonno
affonderemo nella stessa polpa
come il dente di latte e il suo secondo,
saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,
come i cieli, del giorno e della notte,
due come sono i piedi, gli occhi, i reni,
come i tempi del battito
i colpi del respiro.
Quando saremo due non avremo metà
saremo un due che non si può dividere con niente.
Quando saremo due, nessuno sarà uno,
uno sarà l'uguale di nessuno
e l'unità consisterà nel due.
Quando saremo due
cambierà nome pure l'universo
diventerà diverso.
Erry De Luca

mercoledì 20 maggio 2015

Corsi e ricorsi...

Ahmed I ibn Mustafa

Il professor Fiorenzo Toso ha postato su Facebook il seguente articolo. Il rullo del social network lo inghiottirà come tutto il resto, per cui ho pensato di "dargli asilo" sul mio blog.
A voi.

So che rischio di essere ripetitivo, ma il prossimo 30 maggio ricorre il 160° anniversario della morte di questo signore, Ahmed I ibn Mustafa, bey di Tunisi. Di lui si ricordano la politica riformatrice e di dialogo con l’Europa (promossa grazie ai buoni uffici del suo ministro e parente Giuseppe Raffo, genovese e cristiano); l’abolizione della schiavitù con largo anticipo rispetto a diversi paesi europei e agli Stati Uniti, l’apertura al dialogo interreligioso, la riorganizzazione in senso moderno dello Stato. Durante il suo regno, migliaia di italiani trovarono rifugio e accoglienza nel suo paese, non solo come esuli politici, ma per i motivi che bene evidenzia un brano che traduco qui sotto da un interessante articolo di Alessandro Triulzi, Italian-speaking communities in early nineteenth century Tunis, in “Revue des mondes musulmans et de la Méditerranée”, 9 (1971), n. 1, pp. 153 – 184. Chiedo agli amici interessati di avere la pazienza di leggerlo sino alla fine: “Dopo il 1816 […] si sviluppò un lento ma graduale processo di emigrazione di forza-lavoro dall’Italia alla Tunisia. […] Sovrappopolazione, disoccupazione, povertà endemica, ingiustizia sociale ed economica, cattiva amministrazione: durante tutto il secolo i cronici problemi dell’Italia meridionale e delle isole minori del Mediterraneo diedero ulteriori stimoli a tali migrazioni. In Tunisia, i nuovi immigrati trovavano […] più libertà dai poteri politici. Operai, agricoltori, commercianti, trovavano qui non solo migliori condizioni economiche, ma anche oneri fiscali meno gravosi e una maggiore libertà individuale. Provenendo da una concezione ancora completamente feudale e fortemente gerarchica della società, approdavano a un ambiente democratico in cui ciascuno di loro poteva costruire per se stesso una vita dignitosa con il proprio lavoro. […] Attraversavano lo stretto tra Tunisi e Marsala a bordo di piccole barche da pesca, spesso con pochi mezzi, senza passaporto, e con un seguito di molti parenti. Il loro numero è difficile da accertare almeno fino al 1860, quando cominciarono a essere redatte le prime statistiche ufficiali”.

mercoledì 29 aprile 2015

Del viandante

Viandante sul mare di nebbia - Caspar David Friedrich

Il viaggio classico-medievale segue una sorta di ordine, di articolazione, di ciclo, uno sviluppo che parte da un principio, si svolge secondo linee divergenti e trova una conclusione finale nel ritorno in patria, ossia la meta finale del viaggio.
Par contre, il Romanticismo riscopre la figure del viandante classica e medievale e la re-interpreta, la ri-definisce, la ri-elabora, la ri-vive. Ora il viandante vaga in cerca della sua patria che non è di questa terra e non è nemmeno una patria celeste. Il viandante vaga solo con se stesso in cerca di nessun luogo. Un altrove che non si trova, che è agognato ma che non esiste. Nessuna meta. L'errare diventa incessante e senza sosta. La patria, da luogo fisico, come Itaca, da luogo sovra-sensibile, come il regno dei cieli, diventa ora il cuore dell'uomo, diventa il luogo dove stare. Domina, nel Romanticismo, un elemento nuovo, che definisce il viandante e lo contraddistingue e lo suggella: il cuore. Ora il viaggio diventa sentimentale.
Il viandante romantico erra per necessità e per bisogno di viaggiare, un bisogno costitutivo della sua essenza. Il viandante da figura, modello, diventa cifra romantica, un modo di essere. Metafore e vita vissuta diventano inscidibili e inseparabili. Il centro propulsivo del vagare è il sentimento che essendo infinito fa sì che l'errare sia incessante: la meta viene raggiunta a tratti, ma sono solo brevi soste, piccole oasi di pace verso una meta finale che non c'è. Insondabile il sentimento, vagare infinito.
Chi sia giunto anche solo realtivamente alla libertà della ragione, sulla terra non può sentirsi altro che un viandante, verso un'ultima metà che non c'è. (F. Nietzsche)


Il viandante e la libertà, Cristiano Basso, Philobiblon Edizioni, Ventimiglia, 2004, pagg. 23 e seguenti



sabato 25 aprile 2015

Il Settantesimo



Ecco come ho celebrato il 25 aprile 2015 a Vallebona:

In Italia, il 25 aprile 1945 finì la Seconda guerra mondiale, quella combattuta contro il nazi-fascismo: gli alleati e i partigiani portarono a compimento la lotta di liberazione, gettando le basi per la nascita della democrazia. I partigiani potevano aspettare che fossero gli alleati a risolvere il problema, ma furono obbligati a scegliere da che parte stare, perché, come disse Italo Calvino, “bastava un nonnulla per essere considerati di questa o di quell’altra parte”. I partigiani furono costretti ad essere di parte, a schierarsi, ormai non c’era altra possibilità di scelta e la posta in gioco era alta.
E partigiani furono, partigiani divennero al di là della loro matrice ideologica. Uomini, donne, ragazzi. Il popolo. Il popolo che si ribella alla barbarie, che imbraccia le armi, che decide di combattere per la libertà a costo della propria vita. E vince.
Tante le vittime, tante le brutture di cui essi stessi si sono resi responsabili, tanti rischi, tanta la storia che entra nella loro esistenza e che diventerà pane su cui formare le generazioni a venire, quelle che hanno potuto cogliere il frutto del loro sforzo, ma che erano chiamate a sapere e a tramandare.

Perché quel 25 aprile, da 70 anni, è pur sempre lo spartiacque tra la pace e la guerra. Perché quel 25 aprile è le fondamenta della democrazia. Perché quel 25 aprile ha visto nascere la Repubblica e la nostra Costituzione col contributo di tutti coloro che si erano adoperati per abbattere la dittatura. Perché quel 25 aprile ha indicato la via per costruire una nazione, fatta di diritti, di doveri, ma soprattutto di condivisioni.
E sull’onda del principio delle società operaie di mutuo soccorso nate alla fine dell’Ottocento, il dopoguerra dà vita alla forma più evoluta delle stesse, ovvero allo stato sociale, base imprescindibile di una democrazia. La pubblica istruzione, la sanità, i trasporti, la pubblica sicurezza, la previdenza, l’assistenza all’infortunio… ecco, soltanto nell’elencarne alcune si ravvisa quale passo gigantesco ha mosso una nazione nell’organizzare la vita del suo popolo e mentre la memoria ne intravede l’alto valore etico, il pensiero dell’oggi ci pone di fronte ad una riflessione: come abbiamo potuto abusare di ciò che è stato costruito a così caro prezzo, dando vita ad un sistema corrotto e corruttibile, consentendo alla disonestà di approfittare laddove le circostanze lo permettevano senza pensare che la demolizione dello Stato sociale è la fine stessa della democrazia?

L’oggi è dunque il problema, che alla luce della Festa della Liberazione assume una connotazione ancora più grave. Molti hanno pagato un caro prezzo per darci delle opportunità e non voglio credere che nell’arco di così pochi decenni la bassezza umana possa farne piazza pulita.
Preferisco accodarmi al pensiero di Norberto Bobbio, laddove sostiene che “se in Italia le cose non vanno come dovrebbero andare, la nostra non sempre lieta situazione presente dipende da una ragione soltanto, ovvero quella che non abbiamo ancora appreso tutta intera la lezione della libertà. E siccome l’inizio di questo corso sulla libertà è stata la Resistenza, si dovrà concludere che i nostri malanni non dipendono già dal fatto che la Resistenza sia fallita, ma dal fatto che non l’abbiamo ancora realizzata. Un regime di servitù, quando giunge alla sua esasperazione, si può strozzare in poco tempo, ma la libertà, per consolidarla, ci vogliono decenni, adottando un atteggiamento di modestia di fronte ai compiti giganteschi che richiede, con la serietà dell’impegno nell’opera comune. Un regime di libertà non si crea con i miti, ma con la chiarezza mentale applicata ai problemi socialmente utili e neppure con l’indifferenza, ma con la partecipazione attiva ai problemi del nostro tempo. Insomma non vi è nulla di cui valga di più la pena di entusiasmarsi che la costruzione di una convivenza civile, in cui vi sia meno corruzione, meno furberia, meno spirito di sopraffazione e maggior rispetto delle opinioni altrui insieme al maggiore riserbo nella espressione delle proprie. Non c’è che è un modo per realizzare la Resistenza ed è quello di continuare a resistere.”

Preferisco accodarmi al pensiero di Bobbio, ho detto, per non temere il peggio.


mercoledì 8 aprile 2015

Scrivere i post


Dal dicembre 2009 ad oggi il mio blog ne ha viste di tutte un po'. Avere una pagina web a disposizione per scrivere qualsiasi cosa passi per la mente è un'opportunità non indifferente. Molti blog sono stati col tempo abbandonati, altri continuano assiduamente a proporre qualcosa, altri ancora, come il mio, hanno diradato la pubblicazione dei post, ma sopravvivono.
Sono affezionata a Goodvalley, la mia prima finestra web. E di cose da dire ne avrei ancora tante, perché il viaggio della vita è un continuo pensare, ma forse i social network hanno avuto la meglio: dall'"angolo solitario" come poteva essere il blog, siamo passati alla "piazza", il luogo dove ci si può incontrare con chiunque e dialogare, liberi ognuno di dire la propria.
Ieri, in "piazza", ovvero su Facebook, passa questa frase di Simone Weil: La vita moderna è in balia della dismisura. La dismisura invade tutto, azione e pensiero, vita pubblica e privata.
Quella frase mi ha come liberato da una sorta di oppressione: quello che forse non ho più detto su questa pagina e che pensavo fosse a causa della pseudo-distrazione dei social network, in realtà è frutto di questa dismisura che tutto pervade. I pensieri, le cose assumono proporzioni tali da non riuscire più ad organizzarli in modo sistematico, a farli diventare riflessioni. E tutto sfuma, tutto svanisce.
Rimane, almeno per me, la poesia. E la fotografia. Rimangono questi due strumenti che, pur proponendosi in sintesi, lasciano spazio all'analisi, purché racchiudano ciò che considero imprescindibile: la bellezza.