martedì 16 dicembre 2014

I Santéti

U Santétu de Cabanéte

Le edicole votive, in dialetto santéti, sono state costruite dalla gente quale oggetto di culto religioso. Spesso non esiste traccia storica della loro esistenza, se non qualche testimonianza orale tramandata di famiglia in famiglia. Alcune sono state conservate con cura, altre hanno subito i danni del passare del tempo. 
Durante una grigliata, in un giorno qualsiasi, parte un'iniziativa dal basso che si propone di procedere al restauro delle edicole "bisognose". In prima battuta i commensali pensano di rivolgersi all'associazione degli Alpini oppure all'associazione culturale del paese, ovvero A Cria: quest'ultima, chiamata in causa, inizia così un percorso per capire il da farsi.
I santéti non hanno una natura giuridica ben precisa: non appartengono alla Chiesa, né al Comune; solitamente insistono su di un terreno privato, ma al momento in cui si decide di intervenire con il restauro subentra la Soprintendenza per i beni storici ed è necessario attenersi alle regole che detta sapendo che, con questo Ente, occorre muoversi con molta precisione e accuratezza.
A Cria decide di assumersi questo onere e si informa debitamente per produrre la documentazione necessaria. L'iniziativa parte nel mese di maggio su proposta di Oscar Rossi e se ne parla al bar, tra amici, cercando di individuare le persone competenti. Con un rapido scambio di informazioni con l'Istituto Internazionale di Studi Liguri, A Cria riceve sufficienti indicazioni sul da farsi. Il primo aiuto ce lo fornisce la restauratrice Silvia Alterini, che ci dice quali titoli deve avere la persona adatta per la nostra causa e si adopera per metterci in contatto con la dott.ssa Raffaella Devalle.
In un secondo tempo occorrono informazioni di tipo tecnico e l'architetto Tullio Gugole non esita a mettersi a disposizione per fornire quanto necessario; infine necessita l'autorizzazione dei proprietari del terreno su cui si trova l'edicola da restaurare, che la concedono compiaciuti.
La trafila sembra poco impegnativa, ma in realtà necessitavano relazioni e redazioni di documenti ben precisi, soprattutto per evitare lungaggini burocratiche per incompletezze o quant'altro.
Ieri è arrivata la risposta della Soprintendenza, che ha dato parere favorevole!


L'autorizzazione della Soprintendenza
(Cliccare sopra per ingrandire)

La comunicazione è giunta anche al Comune, che non sapeva nulla dell'iniziativa. In effetti non era stata divulgata, perché si aspettava il buon fine della domanda: se ne parlava al bar, è vero, non era certo un segreto di stato, anzi, qualche privato si è offerto di voler contribuire al restauro, ma per l'associazione era importante ottenere prima l'autorizzazione e poi darne notizia al fine di intraprendere anche il percorso per reperire i fondi necessari.
Ora siamo giunti al dunque: l'autorizzazione, come un regalo di Natale, è arrivata e d'ora in poi si dovrà ragionare per dar corso al restauro e alla sua finanziabilità.

U Santétu da Maciurina

L'auspicio è che, come spesso accade nei paesi, non ci siano quelle solite stizze perché A Cria non ne ha parlato prima con le "autorità". Ognuno porta avanti il proprio operato per il bene del luogo in cui vive e se l'associazione si era prefissa di darne comunicazione ufficiale dopo aver avuto la certezza dell'autorizzazione, questo va accettato come una libera scelta. 
Finché ci sono energie da spendere per il bene comune, bisogna convenire che c'è solo da rallegrarsi: peggio vanno le cose quando non si fa nulla o si va contro di esso.
U santétu de Cabanéte è solo l'inizio, poi toccherà a quello da Maciurina: come potete ben vedere nella foto, non se la passa molto bene neanche lui.
Personalmente ringrazio tutti color che hanno collaborato e soprattutto per lo spirito con cui l'hanno fatto. E non dimentichiamoci che siamo solo all'inizio...


giovedì 11 dicembre 2014

Amare senza ritorno


Amare
senza ritorno,
ogni dettaglio,
ogni piccola parte
del volto
o del corpo coperto
in inverno.
Amare
senza sapere
il perché,
sentire soltanto,
allontanando
il pianto.
Amare cos'è,
respiro di vita,
anima lieve,
abbraccio
e calore.
Amare ogni giorno,
amare lo stesso
anche senza ritorno.

Autore Anonimo


giovedì 4 dicembre 2014

Il forno venduto

Testo pubblicato in data odierna su La Riviera, a mia firma: senza rabbia, né rancori, ma con disappunto e dispiacere. Il titolo che riporta il giornale "Il comune ha svenduto il nostro passato" non è una mia frase. Per me il titolo è quello che ho dato a questo post.

Vallebona - Vico Forno

Il Comune di Vallebona non ha in dotazione un grande patrimonio immobiliare ed è un peccato dover assistere alla vendita di parte di quel poco che possiede. Tuttavia ciò è accaduto e, nello specifico, ai locali delle ex docce pubbliche e dell’ex forno comunale, due stanze una sopra all’altra, ma con entrate autonome sull’incrocio di due diversi vicoli.
Senza nostalgia o reminescenza del tempo che fu, quei locali avevano a suo tempo offerto opportunità e servizi per la collettività e, benché fossero da molto tempo in disuso e dunque bisognosi di restauro, ci si stupisce di come sia potuta sorgere l’idea di venderli.
La cifra, 43.000 €, meno di 1.000 euro al mq.,  non era poi così significativa da permettere di risolvere chissà quale annoso problema economico e quei locali avrebbero potuto dare ancora delle possibilità alla collettività se solo si fosse pensato a come destinarli.
In un'epoca in cui ci si avvale di micro-economie per sopravvivere ad una floricoltura agonizzante, sarebbe stato opportuno valutare il restauro e l’insediamento di una cucina a norma in una stanza e una linea di imbottigliamento dell’olio, delle salamoie e di altre conserve nell’altra. Il cibo, oggetto di Expo 2015, è uno degli argomenti più importanti del momento e un paese agricolo non può prescindere dalle sue potenzialità.
Con un prodotto di nicchia come L’acqua di fior d’arancio amaro, che è già presidio Slowfood e pubblicizzato ad ogni manifestazione nazionale di rilievo (vedi Salone del gusto di Torino, per citarne uno recente); con una ricetta di ravioli elaborata dalla Pro Loco, che ha dato lustro e fama al paese grazie alla sagre; con un’intera generazione di ragazzi che ha frequentato la scuola alberghiera; con la ristorazione che settimanalmente garantisce il flusso di almeno un centinaio di persone in bassa stagione, come non si è potuto pensare che esistessero già significativi presupposti per andare in una certa direzione?
Scuole di cucina per i turisti, laboratori per i bambini, possibilità alle persone con turni prenotati di cucinare piatti dolci o salati in ambienti idonei e in regola… il tutto nel cuore del paese, laddove un tempo pulsava la vita della comunità e che ora è terribilmente spenta.
Immagino già le obiezioni: c’è poco spazio, non ci sono soldi, non interessa a nessuno. E invece il problema è un altro: quello che  manca è la politica della comunità, una visione finalizzata a dare impulsi affinché il “bel paese” esca da quell’apparenza sterile e trovi forme di vita e, di conseguenza, di economia, con idee e progetti presumibilmente finanziabili da parte della Comunità Europea.
Mi stupisce infine il fatto che tutte queste cose il vice-sindaco le sapesse, in seguito ad un incontro post elettorale avvenuto a giugno con i rappresentanti degli enti che operano nel paese. Gli era stato detto questo ed altro, tutti elementi che avrebbero dovuto essere analizzati al fine di fare veramente una politica tangibile per la comunità. Ed invece picche.
Il mio modo di essere, che non può scindere il cuore dalla ragione, reagisce a questo evento con disappunto e con profondo dispiacere. Nulla da ridire sull’acquirente, anzi, è una persona di tutto rispetto, il problema è un altro. Il problema è che la storia non si vende, la storia si fa.

lunedì 1 dicembre 2014

Cerea Remo e cerea au furnu

Remo Guglielmi
"Pausa" di Maria Grazia Rebaudo

Quando nel 2006 Remo, il panettiere, ci ha lasciati, gli dedicai lo scritto che segue. L'ho "ripescato" perché oggi ho saputo che anche il luogo in cui faceva il pane, u furnu, proprietà del Comune, è stato venduto. Per me è un'altra morte, non per chissà quale nostalgica o poetica fisima, ma perché quel locale rappresentava un'opportunità per vitalizzare il paese. Si poteva riadattarlo a luogo per cucinare, ma soprattutto per insegnare a cucinare ai turisti, si poteva, attraverso quel piccolo spazio, seminare qualcosa destinato a crescere nel tempo, con una Expo 2015 che punta sul cibo, con un momento storico in cui "non ci resta che mangiare". Non mi dilungo sulle potenzialità, mi dispiace e basta.
E chi ha deciso di venderlo, sono certa non è stato minimamente sfiorato dall'uso che se ne poteva fare. 
Chi l'ha venduto non sa di essere in Europa.

"I ricordi che ognuno di noi porta con sé del proprio esistere sono un patrimonio spesso arricchito e valorizzato dal trascorrere del tempo, soprattutto quando le trasformazioni del modo di vivere ci fanno un po’ rimpiangere il tempo che fu. Personalmente penso che ciò che si è vissuto durante l’infanzia racchiuda una magia, un incantesimo che nessun altro periodo della vita è in grado di offrirci.
E così, attingendo proprio dalla mia infanzia, ritrovo un quartiere di Vallebona, inu Careira, dove sono nata e ho vissuto fino all’età di 12 anni e dove le esperienze non sono state certo tutte positive, ma molti di quei ricordi sono ancora oggi un prezioso bagaglio che porto volentieri con me.
Dedico questo scritto a Remo, u panaté, che da poco ci ha lasciati, perché è stata una presenza importante.
Con il suo pane sono diventata “grande” (…e non solo!), ma la sua figura è stata così ricca di particolari che vale la pena farne un ritratto.
Fischiettava sempre, aveva le ciabatte perennemente infarinate, la canottiera bianca o blu estate e inverno e in quel forno, dall’atmosfera calda e quasi irreale, vedeva avvicendarsi buona parte del paese per cuocere torte verdi, pisciarae, torte dolci e quant’altro.
Il pane, il pane di Remo, come tutto il pane del mondo, aveva le sue particolarità…
I filoni bagnai cun a pumata erano mitici e resteranno nella memoria di molti come uno di quei gusti mai più ritrovati; poi c’erano le rosette con lo spacco in metà, belle gonfie e bianche, i cornetti diventati poi banane, le muneghe e le biove. Ma al martedì e al venerdì pomeriggio, con la riapertura del negozio, c’erano le briosce e i canestrelli che, pur avendo una denominazione abbastanza generica, nella mente di ognuno di noi sono qualcosa di ben preciso. Quante volte andavo a vedere, uscendo di corsa dal magazzino, se Remo aveva già sceso quel ben di dio per la merenda! …e magari dopo una o due volte in cui non trovavo nulla, Palmira mi diceva: “Va’ in po’ a vé in tu furnu si sun prunte…” Ecco, quella familiarità, quella libertà, quella complicità che era innata nella vita del paese rimane per me una delle cose più belle che il vivere in un piccola comunità possa offrire.
A tutte le ore Remo lo si sentiva, anche d’in casa, trafficare nel carugiu. Arrivava con l’ape blu, rigorosamente senza porte e senza telone dietro la schiena, con le bombole che savagiavano da un lato all’altro del cassone, oppure portava i rifornimenti per il negozio.
Scherzava sempre bonariamente, in modo sommesso, e mi ha sempre colpito questo suo essere estroverso ma non chiassoso, direi quasi discreto… Naturalmente dal quadro non può essere dimenticato quanto all’avanguardia fosse il negozio, il primo simbolo di progresso nei confronti degli altri esercizi commerciali esistenti. Il soffitto a giorno con mattoni di vetro, la scala a chiocciola, la disposizione della merce bene in vista sugli scaffali, la vetrina sempre invitante, le luci… insomma, allora esisteva solo la Standa e a me sembrava una miniatura della stessa a Vallebona!
Ringrazio sia lui che Palmira per avermi fatto partecipe di questa bella esperienza, così come molti altri un po’ più vecchi di me aggiungerebbero alla lista anche il servizio da loro gestito delle docce pubbliche. Ah, dimenticavo… Il salame dolce! Cume u l’eira bon…, ma era anche una concessione delle grandi occasioni, perché in quegli anni non era domenica tutti i giorni come adesso e fare un po’ di economia era la regola. Nasceva, sì, la società dei consumi, ma alle spalle c’era ancora vivo il ricordo della penuria e la parola “spreco” era bandita dal vocabolario.
“Remo, ma cousa vö dì cerea?” “Ciau in piemuntese…”  …anche questo l’ho imparato da lui.
E nello stesso modo lo saluto per l’ultima volta. Cerea, Remo…"

P.S.: Remo era il papà dell'attuale vice-sindaco.

sabato 29 novembre 2014

Aurevoir Monsieur

Vito

Una settimana fa festeggiavamo i tuoi 58 anni, 
oggi ti abbiamo accompagnato 
all'ultima dimora. 


Nella vita ci sono persone che, per la loro condizione, diventano già da bambini “l’amico speciale”.
Per noi, nati e cresciuti in un piccolo paese, tra asilo, piazza e scuola elementare in pluriclasse, per noi, bambini nati nella seconda metà degli anni Cinquanta, l’amico speciale eri tu, Vito.

Lo sanno bene i tuoi compagni di classe del 1956, Graziella, Aldo e Pino che eri l’amico speciale, perché tra di voi è rimasta nel tempo un’unione che tra le altre classi si è persa. E lo sappiamo bene anche tutti noi che siamo nati in quello stesso periodo.

A scuola sapevamo che c’eri, pur nella tua diversità di comportamento, pur essendoci a modo tuo,  sapevamo che c’eri e facevamo di tutto per aiutarti, di quel poco che eravamo in grado di fare per te.

La tua lucidità e le tue difficoltà hanno convissuto nel tempo, dandoti una grande capacità di accettazione della tua condizione. Non ti sei mai dimenticato di nessuno di noi: non importava se stavamo anche tanto tempo senza vederti, tu c’eri lo stesso e all’occasione dimostravi interesse e presenza di spirito alla vita di ognuno di noi. Mentre noi eravamo sempre più presi da mille cose, sempre di fretta, sempre senza tempo per occuparci di un amico con cui la vita non era stata altrettanto generosa, tu c’eri lo stesso.

E grazie a quel po’ di autonomia che la motoretta ti aveva permesso, siamo riusciti ad incontrarti più spesso, soprattutto al mercoledì, quando andavi “in giù” all’edicola. E allora ci siamo regalati qualche occasione in più di amicizia, per scherzare e ridere, perché con noi ti piaceva fosse così.

E poi la festa, la tua festa di compleanno, quella che da qualche anno a questa parte avevamo battezzato Il Vito day. Non era solo la tua festa, era anche la nostra: era l’unica occasione in cui ci ritrovavamo tutti assieme per una bella serata, sempre più partecipata, sempre più voluta, perché per noi era straordinario sintonizzarsi al tuo cuore pulito, incontaminato.

Ti abbiamo lasciato anche tanto da solo, ne siamo consapevoli. Si dà sempre colpa alla vita, all’essere inghiottiti dentro ai meccanismi che la regolano, mentre invece abbiamo semplicemente peccato di egoismo e sarebbe stupido non ammetterlo. E soltanto ora ci rendiamo conto che non solo ti abbiamo fatto mancare tante cose, ma abbiamo perso l’occasione di ricevere tante belle cose da te, perché sapevi liberarci dalle catene della nostra mente e riportarci alla semplicità e alla verità.

Non ti dimenticheremo, Vito, siamo solo disperati per il fatto che te ne sei andato all’improvviso e così presto e non possiamo che augurarti di essere ora in un mondo-altro dove non ti tocchi più la sofferenza.

Ti salutiamo col cuore gonfio, ma dobbiamo lasciarti andare.
Ti ho parlato e salutato a nome di tutti, Vito.

Solo una cosa voglio ancora recitarti, una strofa di canzone, quella che abbiamo cantato in ogni occasione e che forse più di ogni altra ci rappresenta per quello che è stato il nostro esserci incontrati su questa terra:

“Carissimo Pinocchio, amico dei giorni più lieti, con tutti i miei segreti, torna ancora, nel mio cuor come allor”

Aurevoir Monsieur, bon voyage


giovedì 20 novembre 2014

Il Vito day


Quando un evento si ripete costantemente nel tempo e lo si avvalora sempre più sorge spontaneo dargli un nome e così è nato il "Vito day".

 Vito Taggiasco

Nei paesi si nasce e si cresce promiscui: ci si sente come una grande famiglia. 
La mia generazione, quella degli anni Cinquanta, vide un considerevole uso del forcipe per aiutare le donne nel parto, strumento nato nel 1572 e che è sempre stato oggetto di forti dibattiti. Vito, più di altri che subirono soltanto ferite superficiali, rimase leso in maniera assai grave, riportando problemi di deambulazione, rallentamento e trattenimento della parola, senza che tuttavia gli fossero negate una lucida intelligenza e una buona dose di saggezza.

 Graziella, Pino, Aldo e Vito: la classe del 1956

La pluriclasse era un sistema scolare che rafforzava l'unione tra i bambini: Vito era inserito insieme a noi e lo aiutavamo in tutti i modi possibili, un ruolo che oggi si chiama "sostegno" e che allora non era previsto. Chi finiva per primo di fare le operazioni o i pensierini, sapeva che poteva andarsi a sedere vicino a Vito e aiutarlo.

Marcello, Giorgio, Aldo, Oscar, Jose (il bimbo), Vito, Pino e Nino

Da molti anni, il 19 novembre festeggiamo insieme il suo compleanno: cascasse il mondo, non ce ne importa nulla, per noi è il Vito day. Una cena che ci riunisce in qualità dei più stretti amici d'infanzia, cresciuti nella consapevolezza dei suoi problemi e volendogli naturalmente tanto bene.

Pia e Vito 

Gli piace cantare: durante le cene del Vito day si canta sempre, anche tra una portata e l'altra. La serata è sempre all'insegna dell'allegria e dello stare bene e puntualmente si centra il bersaglio.
Le foto sono del 2012 e riflettono l'atmosfera che si respira ogni anno:

 Aldo, Oscar e Vito

 Vito, Oscar e Nino

 Aldo, Graziella e Vito

La tavolata conta sempre un minimo di 15 persone. Si alternano anche personaggi più giovani o meno giovani, tanto è sicuro che è sempre uno stare insieme speciale. 

 Il regalo dell'anno scorso: il libro su Antonio Rubino

Con buona pace della sottoscritta, che solitamente è incaricata dagli altri di provvedere al regalo, lo scorso anno gli abbiamo regalato il libro che Marco Cassini ha scritto su Antonio Rubino. La maggior parte dei convenuti non sapeva o non ricordava l'autore del Signor Bonaventura, ma Vito invece ne era ben consapevole: suo padre è di Baiardo, paese di origine di Rubino e ne conosce tutta la storia!
La sua condizione, che spesso dimentichiamo durante gli altri giorni dell'anno, ci riporta in questa occasione ad una dimensione dell'umano su cui riflettere. Puntualmente constatiamo che Vito è pulito, non è contaminato come noi. Non si fa trovare impreparato su nessun argomento e le sue risposte hanno quel fondo di verità che diventa una rivelazione anche per noi. 
Il Vito day, oltre che la sua, è anche la nostra festa, perché quello che riceviamo dalla qualità di questo nostro stare assieme è tantissimo. 
Vito c'è.

domenica 9 novembre 2014

Frida Kahlo e Diego Rivera a Genova

La parte di Pedro - Diego Rivera

A Palazzo Ducale, a Genova, è in corso la mostra dedicata a Frida Kahlo e a Diego Rivera. E' strutturata in maniera netta: la prima parte comprende prevalentemente opere di Rivera, la seconda è uno stacco fotografico, la terza riguarda le opere di Frida Kahlo. Già dai primi quadri, si avverte un'energia possente, qualcosa che fa pensare ad un uomo imponente. E' un emozione che si attiva e rimane viva per tutto il percorso espositivo.

Ritratto di Natasha Gelman - Diego Rivera

Diego Rivera, pittore a 360 gradi, spazia in tutti i campi, ritrae personaggi dell'aristocrazia, situazioni di vita di ogni genere e di ogni classe sociale, è proiettato nel sociale, è estro.

Murales - Diego Rivera

I suoi Murales raccontano la storia della rivoluzione messicana, sono ricchi di particolari, densi, potenti, nulla viene trascurato... Rivera è uomo del suo tempo e uomo senza tempo, che segue il corso della storia, coi suoi grandi ideali, i suoi voltagabbana, i suoi compromessi, i suoi ritorni.

Frida Kahlo e Diego Rivera

Frida e Diego sono due grandi artisti. Lei ha 21 anni in meno, si conoscono tramite Tina Medotti, italiana, fotografa, comunista, emigrata in Messico e si sposano nel 1929. La loro storia è travagliata: si separano nel '39 per risposarsi nel 1940. Vivono agli alti vertici politici della vita del loro paese, la loro casa ospiterà Lev Trotsky durante l'esilio; hanno contatti con Henry Ford, i murales di Rivera decoreranno l'industria automobilistica americana.

Frida Kahlo

Una serie di 80 fotografie separa le opere di Diego Rivera da quelle di Frida Kahlo. Il padre di lei, di origine tedesca, era fotografo e l'archivio è molto ricco. Durante questo "intermezzo" pensavo di aver già ricevuto così tanto dalla vista dei quadri di Rivera che quelli della Kahlo non mi avrebbero potuto impressionare più di tanto.

Frida Kahlo - Autoritratto

E invece no. Man mano che i suoi ritratti mi passano sotto gli occhi, sento di essere "trasferita" in una dimensione decisamente "altra" rispetto a quello che avevo visto fino ad allora. Tutto un altro mondo di emozioni: quei ritratti, quell'espressione quasi sempre uguale e se stessa, tanto nelle foto come nei suoi dipinti, mi cattura come una calamita: Frida è intro.

Frida Kahlo - Autoritratto (part.)

E' bellezza, è amore, è perfezionismo dell'immagine, è femminile, è insondabile, è silenzio, è sofferenza trasformata in qualcosa di assoluto. I suoi occhi sono vivi, guardano, vedono attraverso i nostri occhi: è un gioco di specchi, un regalo che trasmette ad ogni donna che incontra il suo sguardo e che grazie a lei può vedere se stessa. 
E' tanto, tantissimo. 
E lo dice anche con le parole:

"Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto,
neppure così sapresti 
quanto è meraviglioso amarti"

Immensa.