martedì 5 gennaio 2016

Quelle radici arabe del vecchio "armanacu"


Molto probabilmente, l'armanacu era l'unico ad entrare, una volta all'anno, nelle case dei nostri antenati. Nelle sue pagine, oltre al calendario vero e proprio, c'era un po' di tutto: fasi lunari e previsioni del tempo, proverbi e consigli pratici per la campagna, profezie più o meno indovinate sul futuro. Insomma, il "Frate Indovino" dei nostri giorni.
Circa l'origine della parola "almanacco", presente in tutte le lingue arabe dell'area mediterranea, non vi è dubbio che essa sia un regalo degli arabi, famosi astronomi e astrologi. Quanto alla Liguria, anche in questa occasione, essa mostra i suoi due risvolti dialettali: nella riviera di Ponente è d'obbligo armanacu, mentre a Genova e in tutto il Levante, fino a La Spezia, si usa lünàio, parente stretto del "lunario" toscano.
Ma l'estremo occidente ligure, da Taggia a Ventimiglia, fa registrare un'eccezione degna di nota. Forse perché, fra i vari annuari, quello ormai plurisecolare del Gran pescatore di Chiaravalle era il più diffuso, armanacu aveva dovuto cedere il passo a ciaravale, parola entrata di prepotenza nel linguaggio popolare.
"Mira che u ciaravale u marca patele!" era, ad esempio, una frase rivolta minacciosamente ai bambini irrequieti e che, fuor di metafora, significava "Stai attento che ora le buschi!".
Ma poi, sia ciaravale (come annota Pio Carli nel suo Dizionario dialettale sanremasco-italiano) che armanacu, spesso ampliato nella forma armanàculu, si usavano per indicare comunemente una persona piuttosto originale o un oggetto di poco conto, se non addirittura inutile, pressapoco equivalente all'italiano "ammennicolo".
Se comunque ci spingiamo ancor più verso occidente, in Provenza e in Catalogna, scopriamo che il dominio delle forme armana, armanac e almanac è diffuso ovunque e più consolidato che mai.
E poiché ci troviamo in Provenza, non possiamo passare sotto silenzio l'Armana prouvençau, la rivista letteraria annuale pubblicata dal Felibrige.
Anche a Monaco, il calendario è l'armanacu; fanno eccezione, e non sarà l'unica volta, soltanto i mentonaschi che lo chiamano calendrie.


Il Casamara, quello che "entrava" in casa nostra 
(e che chiamavamo u ciaravale)
e il Bugiardino, lunario genovese


Renzo Villa, Dialetto ieri e oggi, Alzani Editore, Pinerolo (To), 1996, pag.11


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