mercoledì 5 agosto 2015

L'inganno del lavoro

La fonte originale di questa analisi è qui  
Per non perdere di vista questo bell'articolo, lo posto anche sul mio blog, sperando lo leggano più persone possibile. Sembra lungo, ma cattura l'attenzione e si legge tutto d'un fiato. Cambiare prospettiva nel vedere la realtà è di somma importanza.



La domanda giusta da porci non è come creare lavoro, ma come garantire a tutti la possibilità di vivere dignitosamente utilizzando meno risorse possibile... 

Francesco Gesualdi - Il Fondo Monetario Internazionale ha sentenziato che l'Italia avrà bisogno di 20 anni per tornare ai livelli occupazionali pre-crisi. Ma ci sta prendendo in giro perché sa bene che di lavoro questo sistema non ne creerà più. Semplicemente perché non è il suo obiettivo, non è la sua missione come piace dire a chi vive l'economia come una religione.

La missione di questo sistema è garantire profitto alle imprese e ai suoi azionisti. Quanto al lavoro è solo un costo da contenere e poco importa se dietro al così detto mercato del lavoro ci sono persone in carne e ossa, con una dignità, una vita, dei diritti da salvaguardare. Per il mondo degli affari il lavoro è solo una merce, è del tempo da comprare al prezzo più basso possibile. E poiché la legge di mercato sancisce che il prezzo scende quando c'è più offerta che domanda , per fare scendere il prezzo del lavoro bisogna creare più offerenti lavoro di quanto siano i posti disponibili.

Il capitalismo può essere raccontato come la storia di un sistema che si è organizzato per creare disoccupazione e assicurarsi costantemente lavoro a buon mercato. Fra le strategie utilizzate, c'è prima stata l'estromissione dei contadini dalle terre comuni, poi la sostituzione degli umani con le macchine, infine la globalizzazione. Strategie in continuo cambiamento per ottenere un numero crescente di persone in sovrappiù che tengano basso il prezzo del lavoro. Un progetto definito da Papa Francesco come l"economia dello scarto", e se fino a ieri gli scartati eravamo abituati a vederli nel Sud del mondo, oggi li troviamo sempre più nelle nostre case, a giudicare dalla crescita dei poveri e dei disoccupati.

Fosse onesto, il sistema ci racconterebbe apertamente che l'esclusione fa parte della sua natura. Invece tenta di farci credere che lui, poverino, vorrebbe tanto dare un lavoro a tutti, ma per riuscirci ha bisogno di crescita, perché che volete, il lavoro lo creano le aziende e le aziende assumono solo se vendono di più. Peccato che ogni volta che si creano nuove opportunità di lavoro le aziende preferiscano le macchine alle persone e al tempo della globalizzazione, oltre ad assistere alla guerra fra lavoratori da un capo all'altro del pianeta, si assiste anche alla guerra dei robot contro gli umani. Lo stanno sperimentando anche cinesi da che hanno osato alzare la testa per chiedere migliori condizioni di lavoro.

Ma la bugia più grave rispetto alla crescita è che ormai non è più compatibile con lo stato comatoso raggiunto dal pianeta. E mentre geologi, agronomi, climatologi ci informano che le risorse si stanno riducendo al lumicino e che i rifiuti ci stanno sommergendo facendo cambiare equilibri millenari come il clima, succede che industriali, politici, sindacalisti ed economisti, tutti insieme acclamino la crescita come l'unica via per tirarci fuori dai guai. E noi ci crediamo. Presi da quell'impellente bisogno di lavoro, anche noi corriamo dietro alla leggenda, finendo per sdoppiare la nostra personalità: pro sobrietà in nome dell'ambiente, pro crescita in nome del lavoro.

Prima o poi scopriremo che la schizofrenia non ci porta lontano e che la sobrietà è l'unica strada per garantirci un futuro. Ma la buona notizia è che sobrietà non è sinonimo di vita di stenti né di disoccupazione dilagante. Al contrario è occasione di libertà, sovranità e inclusione. L'importante è convincerci che il lavoro è un falso problema. Nella storia dell'umanità, l'obiettivo non è mai stato il lavoro. L'obiettivo è stato vivere bene nel senso di avere di che mangiare, vestirsi, viaggiare, istruirsi, curarsi. Solo noi, figli del mercato, abbiamo trasformato il lavoro in idolo e non perché siamo impazziti, ma perché viviamo in un sistema che ci offre l'acquisto come unica via per soddisfare i nostri bisogni e ci offre il lavoro salariato come unica via per accedere al denaro utile agli acquisti. Per questo il lavoro è diventato una questione di vita o di morte e in suo nome siamo tutti diventati partigiani della crescita. L'unico modo per uscirne è smettere di concentrarci sul lavoro e concentrarci sulle sicurezze.

La domanda giusta da porci non è come creare lavoro, ma come garantire a tutti la possibilità di vivere dignitosamente utilizzando meno risorse possibile, producendo meno rifiuti possibile e lavorando il meno possibile. La strada è ridurre la dipendenza dal lavoro salariato, in modo da interrompe la schiavitù dalla crescita delle vendite. In altre parole l'alternativa è l'autoproduzione in ambito individuale, per i piccoli bisogni personali e familiari, e in ambito collettivo per i beni e servizi fondamentali che richiedono strutture produttive organizzate.

Quando ciò che ci serve lo potremo ottenere senza denaro grazie al lavoro non retribuito nostro e degli altri, in quel momento il lavoro smetterà di essere un costo e si trasformerà in ricchezza. In quel momento non ci sarà più interesse ad escludere, ma a ottenere la collaborazione di tutti. E se dovesse risultare che siamo troppi, potremo sempre dare una bella sforbiciata all'orario di lavoro con somma soddisfazione di tutti perché con meno lavoro potremo avere lo stesso livello di sicurezze.

Capito che l'inclusione passa attraverso il ridimensionamento del mercato e il rafforzamento della solidarietà collettiva, la prima cosa da fare è arrestare la demolizione di ciò che ci è rimasto di pubblico. Basta con la politica delle privatizzazioni. Basta con il taglio alle spese sociali. Basta con una politica di bilancio che dà priorità al servizio del debito. Sì, invece, a una seria lotta all'evasione e ai paradisi fiscali. Sì a una tassazione progressiva dei redditi e in particolare delle rendite finanziarie. Sì a una ristrutturazione del debito. Sì a una sovranità monetaria al servizio dell'occupazione in ambito pubblico. C'è bisogno di politica nuova, ma potremo trovarla solo se saremo capaci di gettare il pensiero oltre il muro del sistema imperante.


, già allievo di don Milani, è fondatore e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (Pisa), che si propone di ricercare nuove formule economiche capaci di garantire a tutti la soddisfazione dei bisogni fondamentali. Coordinatore di numerose campagne di pressione, è tra i fondatori insieme ad Alex Zanotelli di Rete Lilliput. www.cnms.it


domenica 2 agosto 2015

LAMENTO di Hermann Hesse



Non c'è concesso di essere. Sol fiume 
siamo ed in ogni forma c'inseriamo,
per entro la caverna, il duomo, il lume
la notte, e sempre all'essere aspiriamo.

Per l'uomo, benché assuma una sua forma,
patria e felicità son cose vane,
sempre è in cammino ed ospite di norma,
sede non ha, per lui non cresce pane.

Non sa qual sorte Dio gli abbia provviso,
sente che come argilla lo sballotta,
duttile e muta, senza pianto o riso,
che viene impastata, sì, ma mai cotta.

Oh tramutarsi in pietra un dì! Durare!
Di questo abbiamo eterna nostalgia.
Ma un brivido rimane e diventare
quiete non può sulla nostra via.


Hermann Hesse (1877 - 1962)


venerdì 24 luglio 2015

SOBRIETA' NON POVERTA'

José Mujica


Rubato dai social, pubblico questo pensiero di Mujica non negando di essermi commossa mentre lo leggevo.

"La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere."
José Mujica 


venerdì 26 giugno 2015

Il mio demone è un senza tetto


Il mio demone è un senza tetto
senza paura della tempesta
uno che abita la battigia
uno che abita la frontiera
uno che sulla sabbia nera
corre e fa capriole
aspettando che torni il sole.

Onde e vento lo prendono
schiume, salino, nuvole
e lui continua a correre
tra nebbie che disorientano
e fulmini che scardinano.

Se io con lui mi lamento
che sono un bronco gettato
sulla riva della marea
orme di cani e di gabbiani
un groppo di nudi rami,
ride, mia vita, e dice:
"Tu sei quello che ami".


Giuseppe Conte 


lunedì 22 giugno 2015

Il volersi bene



"Il volersi bene si costruisce. 
L'amore lo senti immediato, non ha tempo. È dire "ti sento" un contatto di pelle, un abbraccio, un bacio. 
Mantenersi, è il mio verbo preferito, tenersi per mano. 
Ti può bastare per la vita intera, un attimo, un incontro. Rinunciarvi è folle sempre e comunque". 


Erri De Luca

giovedì 4 giugno 2015

Due (non amo i numeri pari... ma)


Quando saremo due saremo veglia e sonno
affonderemo nella stessa polpa
come il dente di latte e il suo secondo,
saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,
come i cieli, del giorno e della notte,
due come sono i piedi, gli occhi, i reni,
come i tempi del battito
i colpi del respiro.
Quando saremo due non avremo metà
saremo un due che non si può dividere con niente.
Quando saremo due, nessuno sarà uno,
uno sarà l'uguale di nessuno
e l'unità consisterà nel due.
Quando saremo due
cambierà nome pure l'universo
diventerà diverso.
Erry De Luca

mercoledì 20 maggio 2015

Corsi e ricorsi...

Ahmed I ibn Mustafa

Il professor Fiorenzo Toso ha postato su Facebook il seguente articolo. Il rullo del social network lo inghiottirà come tutto il resto, per cui ho pensato di "dargli asilo" sul mio blog.
A voi.

So che rischio di essere ripetitivo, ma il prossimo 30 maggio ricorre il 160° anniversario della morte di questo signore, Ahmed I ibn Mustafa, bey di Tunisi. Di lui si ricordano la politica riformatrice e di dialogo con l’Europa (promossa grazie ai buoni uffici del suo ministro e parente Giuseppe Raffo, genovese e cristiano); l’abolizione della schiavitù con largo anticipo rispetto a diversi paesi europei e agli Stati Uniti, l’apertura al dialogo interreligioso, la riorganizzazione in senso moderno dello Stato. Durante il suo regno, migliaia di italiani trovarono rifugio e accoglienza nel suo paese, non solo come esuli politici, ma per i motivi che bene evidenzia un brano che traduco qui sotto da un interessante articolo di Alessandro Triulzi, Italian-speaking communities in early nineteenth century Tunis, in “Revue des mondes musulmans et de la Méditerranée”, 9 (1971), n. 1, pp. 153 – 184. Chiedo agli amici interessati di avere la pazienza di leggerlo sino alla fine: “Dopo il 1816 […] si sviluppò un lento ma graduale processo di emigrazione di forza-lavoro dall’Italia alla Tunisia. […] Sovrappopolazione, disoccupazione, povertà endemica, ingiustizia sociale ed economica, cattiva amministrazione: durante tutto il secolo i cronici problemi dell’Italia meridionale e delle isole minori del Mediterraneo diedero ulteriori stimoli a tali migrazioni. In Tunisia, i nuovi immigrati trovavano […] più libertà dai poteri politici. Operai, agricoltori, commercianti, trovavano qui non solo migliori condizioni economiche, ma anche oneri fiscali meno gravosi e una maggiore libertà individuale. Provenendo da una concezione ancora completamente feudale e fortemente gerarchica della società, approdavano a un ambiente democratico in cui ciascuno di loro poteva costruire per se stesso una vita dignitosa con il proprio lavoro. […] Attraversavano lo stretto tra Tunisi e Marsala a bordo di piccole barche da pesca, spesso con pochi mezzi, senza passaporto, e con un seguito di molti parenti. Il loro numero è difficile da accertare almeno fino al 1860, quando cominciarono a essere redatte le prime statistiche ufficiali”.