mercoledì 1 novembre 2017

Il filo spezzato tra la vita e la morte



“Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre. I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire. ”


Andrea Camilleri - Il giorno dei morti


giovedì 8 giugno 2017

Lo spirito libero


Un concetto relativo, lo spirito liberoSi chiama spirito libero colui che pensa diversamente da come, in base alla sua origine, al suo ambiente, al suo stato e ufficio o in base alle opinioni dominanti del tempo, ci si aspetterebbe che egli pensasse. Egli è l'eccezione, gli spiriti vincolati sono la regola; questi ultimi gli rimproverano che i suoi liberi principi trovino origine nella sua smania di farsi notare, oppure addirittura che facciano pensare ad azioni libere, cioè ad azioni che sono incompatibili con la morale vincolata. Talvolta si dice anche che questi o quei liberi principi sono da attribuire a stramberia o a esaltazione della mente; ma così parla solo una malignità, che - essa stessa - non crede a ciò che dice, ma vorrebbe, in tal modo, nuocere: infatti, la testimonianza della maggiore bontà e acutezza del suo intelletto è di solito scritta in volto allo spirito libero, e a così chiare lettere, che gli spiriti vincolati la intendono benissimo. Ma gli altri due modi di spiegare l’origine del libero pensiero sono intesi onestamente; in effetti molti spiriti liberi si formano anche nell’uno o nell’altro modo. Tuttavia le conclusioni, a cui essi per quelle vie sono giunti, potrebbero essere, proprio per questo, più vere e attendibili di quelle degli spiriti vincolati. Nella conoscenza della verità ciò che importa è che la si possieda, non per quale impulso la si sia cercata o per quale via la si sia trovata. E se gli spiriti liberi hanno ragione, allora gli spiriti vincolati hanno torto, non importa se i primi sono giunti alla verità per immoralità e se i secondi si sono attenuti finora alla non verità per moralità. D’altra parte non appartiene all’essenza dello spirito libero che egli abbia opinioni più giuste, ma piuttosto che egli si sia staccato dalla tradizione, sia con fortuna sia con insuccesso. Di solito, comunque, egli avrà dalla sua parte la verità o almeno lo spirito di ricerca della verità: egli esige ragioni, gli altri fede.


Friedrich Nietzsche Umano, troppo umano, I, tr. it. di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 2002



venerdì 5 maggio 2017

Ho ricevuto questa lettera

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Pochi giorni fa ho ricevuto questa lettera, contenente uno scritto ed un biglietto da 5 euro appuntato con un pezzetto di scotch. Nella foto sottostante, ho alzato la banconota affinché si possa leggere il testo, che provvedo a tradurre per chi non conosce il francese. La firma, ovviamente, l'ho resa illeggibile.

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"Cara Signora, 
Lei sarà senza dubbio stupita di ricevere questa lettera. Ho avuto il piacere di incontrarla una settimana fa (il giorno di Paquetta) alla Festa dell'Arancio amaro. Ho acquistato da lei dei limoni e si è sbagliata nel rendermi il resto ed io non me sono accorta sufficientemente in tempo per restituirglielo subito. E' per questo che le scrivo oggi: le rendo anche un po' di più, ma non fa nulla, Ho così il cuore più in pace...
Le auguro tante belle cose sul suo cammino. Che Dio la benedica  e la protegga, lei e tutte le persone che la amano.
Con i miei migliori pensieri. T. A.".

Ritrovarsi tra le mani questo scritto, con i tempi che corrono, è davvero qualcosa di insolito.
Grazie ai social sono riuscita a risalire alla persona in questione: non è affatto anziana, è un'artista che lavora vetro e piombo (quelle vetrate fantastiche!) ed abita da tutt'altra parte della Francia.
Io non mi ero accorta di essermi sbagliata, ovviamente, ma lei sì e la sua onestà l'ha indotta a compiere questo gesto.

Onestà, benevolenza, pulizia, umanità: meno male che qualcuno sa ancora essere tale.

martedì 25 aprile 2017

"Bella ciao. La canzone della libertà" di Carlo Pestelli


Pubblico il testo del mio intervento alla celebrazione del 25 aprile a Vallebona.
Ho attinto da un'intervista fatta all'autore da Andrea Giambartolomei e pubblicata a suo tempo su Il Fatto Quotidiano e dal bel pomeriggio che ho trascorso alla Pineta di Bordighera, l'estate scorsa, in occasione della presentazione del libro alla presenza dello scrittore, Carlo Pestelli.
Il pensiero finale è di Moni Ovadia, autore della prefazione al libro.

"A ricostruire le tappe dell’origine ed evoluzione di una canzone che seppur conosciuta da pochi ai tempi della Liberazione, si è poi trasformata in un simbolo, è stato Carlo Pestelli, nel libro per Add Editore “Bella ciao. La canzone della libertà”.

Da brano della Resistenza, poco diffuso tra i partigiani, a canzone simbolo della liberazione dal nazifascismo fino un inno internazionale di libertà, la storia di “Bella ciao” ha origini misteriose e controverse, ma anche un straordinario successo mondiale. A riassumerla oggi è Carlo Pestelli, musicista, cantautore, dottore di ricerca in Storia della lingua ed insegnante di linguistica generale alla Scuola Universitaria di Torino.

Da storico Pestelli recupera le ricerche sui canti popolari dalle quali riemergono le somiglianze di “Bella ciao” con alcuni brani dell’Italia settentrionale ormai quasi dimenticati. “Bella ciao è una ‘canzone gomitolo’ in cui si riuniscono molti fili. Il testo rimanda di sicuro a ‘Fior di tomba’, mentre è più complicato indicare l’origine della musica: c’è ‘Bevanda sonnifera’, ci sono alcune villotte nel Nord (la villotta è una forma polifonica a tre o quattro voci su testi di vario metro, nata nel XV secolo e di origine friulana) ed elementi kletzmer (è un genere musicale tradizionale degli ebrei)”.
Il primo brano, ad esempio, ha due elementi comuni, l’incipit “Una mattina mi son svegliato” e il finale con il fiore sulla tomba con “quelli che passeranno”, elementi che risalgono addirittura a un brano francese diffuso tra il XV e il XVI secolo.
Dal secondo brano, invece, prende il ritmo e le ripetizioni. Le note iniziali, inoltre, sono stranamente uguali a un brano kletzmer, “Koilen”, inciso da un ebreo di Odessa a New York nel 1919.

Come è arrivata alla seconda guerra mondiale? Innanzitutto va sfatato un mito: a lungo si è ritenuto che “Bella ciao” derivasse dai canti di lavoro delle mondine, le donne che coglievano il riso. “In realtà la versione delle mondine è nata dopo, negli anni Cinquanta”, spiega Pestelli. Citando gli studi di Cesare Bermani, autore de “La ‘vera’ storia di Bella ciao”, il musicista ribadisce che “Bella ciao” non era il brano partigiano più diffuso ed era noto ad alcuni combattenti di Reggio Emilia e del Modenese, ad alcuni componenti della Brigata Maiella che dall’Abruzzo erano arrivati a Bologna e ad altri partigiani delle Langhe.

Soltanto tempo dopo è diventato il brano partigiano per eccellenza. “Accade alla fine degli anni Cinquanta quando si ha la necessità di unificare le varie anime della Resistenza, quella comunista, socialista, cattolica, liberale, monarchica-badogliana – riassume -. Non si poteva usare ‘Fischia il vento’ o altri canti politicizzati. ‘Bella ciao’ slega la Resistenza dalle appartenenze di partito e racconta qualcosa che può essere atemporale”. Ed è per questo che il congresso Dc che elesse come segretario il partigiano Benigno Zaccagnini si concluse sulle note di “Bella ciao”.

Dopo l’incisione dei Modena City Ramblers e i governi Berlusconi si identifica la sinistra, quindi negli ultimi decenni.

La sua popolarità arriva nel 1963: lo chansonnier francese di origine toscane, Yves Montand (al secolo Ivo Livi) incide il brano che avrà un successo internazionale e, di riflesso, lo riporterà in auge anche in Italia, dove verrà eseguito da Milva e Giorgio Gaber. Poco dopo sono il festival di Spoleto e anche il Nuovo Canzoniere Italiano dell’entomusicologo Roberto Leydi (autore de “La possibile storia di una canzone”), che nel 1964 porta sui palchi italiani l’ex mondina Giovanna Daffini in uno spettacolo chiamato “Bella ciao”. Da lì in poi si è diffusa ovunque: secondo Pestelli il tema della libertà contro un oppressore non precisato lo hanno reso un brano adattabile, adottato dai braccianti messicani in California, dai curdi e dai turchi, dagli ucraini anti-Putin e da quelli filorussi e altri ancora. Ultimo in ordine di tempo, le manifestazioni dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo, pretesto da cui è nata l’idea del libro.

I francesi la amano molto: si potrebbe pensare che risvegli in loro la joie de vivre che ben si sposa con la loro mentalità. Benché sia risaputo il loro nazionalismo, sono gli unici che la cantano in italiano, consapevoli di cosa stanno cantando. E’ vero, Bella ciao sprigiona allegria, ma in realtà racconta la storia di un martirio: sarà il marcato richiamo ad uno dei cardini fondamentali della loro identità ad entusiasmarli, ovvero la libertà.

Pestelli riesce, senza rinunciare al rigore dell’analisi testuale, musicale, etnomusicologica e storica, a offrirci una lettura agile e coinvolgente e ci riesce perché oltre allo studio lo anima la passione: Bella ciao è un piccolo bene immateriale che agisce sulla coscienza come qualcosa che arriva da lontano, quasi a segnare il confine tra il buio della guerra e una nuova primavera dei popoli: un’elegia del presente che è anche, e sempre, una conquista esistenziale e una continua rinascita della storia delle libertà".


mercoledì 19 aprile 2017

L'orto-giardino di Fiorella e Gian Paolo 2.0

Ciliegio, limone e albicocco

Sono passati quasi 8 anni ed il periodo era diverso, come potete ben vedere qui, ma l'orto-giardino di Fiorella e Gian Paolo ha sempre il suo fascino in qualsiasi stagione.
Allora eravamo in estate, ora siamo in primavera; ci sono fiori a profusione e gli alberi indaffarati a gettare le loro gemme: un tripudio di rinascita e di vita!
Le fotografie si possono ingrandire cliccandovi sopra: stranamente non escono del formato del post di cui sopra...

Ed ecco com'è adesso:

fave e fiori

 alstromeria rosa

splendidi iris blu

alstromeria arancio

iris (part.)

messer Limone

il geranio che piace tanto a Fiorella

 i vasi appesi: uno

due

e tre

la rosa viola

 la rosa, l'alstromeria e gli iris

 Fiorella e Gian Paolo

la siepe di rosmarino

ed il mio ultimo sguardo prima di andare via.

Un piccolo mondo di grazia e bellezza
in mezzo ai palazzi di Vallecrosia: bravissimi.


martedì 21 marzo 2017

A tutti i giovani raccomando


A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.


Alda Merini, da “La vita facile”



mercoledì 8 marzo 2017

La mimosa e i media


Quasi ogni anno mi ritovo a combattere la mia crociata per difendere o fare chiarezza sull'Otto marzo.
E' la Giornata della Donna, è una ricorrenza importante, così come tutte le feste o altre ricorrenze lo sono. La riflessione è puntata lì ed è inutile dire che bisogna rispettare questo o quello tutto l'anno, perché è ovvio. Fondamentale, però, è avere un giorno completamente dedicato ad un argomento, al fine di celebrarne e capirne l'importanza.

Ciò che mi ha più volte stupito è la dissacrazione del simbolo dell'Otto marzo, ovvero la mimosa. E mi ha stupito perché, a livello di media, sono già dovuta intervenire due volte, sia per delle affermazioni che avevo sentito a Piazza Verdi in onda su Radio Tre (e prontamente rettificate in diretta), sia per quelle più recenti di Geppi Cucciari a Che tempo che fa su Rai Tre, cui s'è pure aggiunta la superficiale sparata della Dandini all'indomani.

Non è ammissibile questa dissacrazione, né tanto meno è ammissible che provenga proprio da Rai Tre e Radio Tre che, più di ogni altra fonte, dovrebbero sapere bene come stanno le cose.

La mimosa è il simbolo della Giornata della Donna, ricorrenza che celebra il suo lungo cammino per la conquista della parità e dei diritti. La mimosa è il frutto di un lavoro molto faticoso che si svolge nel distretto del mercato floricolo di Sanremo e rappresenta ancora una bolla di soppravvivenza della floricoltura ligure, a prezzo di grandi sacrifici.

Dire che "puzza" o "non compratela" o "non regalatela" è uno spregio al simbolo e al lavoro.
Dirlo su dei canali cult è un'ulteriore aggravante.

Esiste internet: cercate "mimosa" "otto marzo" "dove si produce" e fateci arrivare delle richieste per venirci ad aiutare nel momento della raccolta. Ecco, uscite dai salotti e dall'ignoranza, e di dannose stronzate non ne direte più.


Buon Otto marzo con la mimosa, Donne!



domenica 26 febbraio 2017

Romania a pochi passi

Malipiero editore

Nel 1990, durante una trasmissione televisiva sulla Romania, dove la vita stava lentamente tornando alla normalità dopo i rivolgimenti politici del dicembre 1989, fra l’altro si poteva vedere un cartello esposto nella vetrine di un negozio di alimentari con la scritta Miere de albine, miele di api. Ce n’era quanto basta per insospettire chi va a caccia di parole nostre, poiché arbinà è una vecchia conoscenza del dialetto ligure nel quale ha sempre significato alveare, dal latino medievale albinarius, arnia.
E così, rastrellando pazientemente il Dizionario romeno-italiano di Balac-Façon-Petronio (Malipiero editore, 1984) non si può fare a meno di scoprire altre insospettate quanto piacevoli parentele linguistiche. Che, in Romania, isola neolatina nel gran mare slavo, si parli una lingua affine all’italiano è risaputo, ma forse non tutti sanno che certe parole rumene ricordano assai da vicino il nostro dialetto, appartenente anch’esso alla grande famiglia delle lingue romanze.
E, fra gli esempi che saltano fuori ad piè sospinto, ecco ascunde nascondere, barricada steccato, bumbac cotone, che richiama il nostro bumbaixu, bambagia, stoppino per i lumi ad olio, cabana capanna e cadastru perfettamente identico al termine dialettale con cui noi indichiamo il catasto. Sempre sfogliando le pagine del vocabolario rumeno, ci imbattiamo ancora in descusut scucito, dezlegà slegare, fidea i nostri familiari fidei da mettere nella minestra, e così di seguito fino a orb cieco, piersic pesco, rumegà ruminare, stranut starnuto, timpuriu precoce, ed infine spiterie farmacia, parente stretta della nostra antica speçiaria.
Ma le sorprese non sono ancora terminate perché, nel rumeno, a partire dal secolo scorso, sono entrate un’infinità di parole francesi, molte delle quali, data la nostra vicinanza con i cugini d’oltralpe, si ritrovano pari pari nel dialetto ligure. Come, ad esempio, buchet mazzetto di fiori, criun matita, debit rivendita di generi di monopolio, escamotà frodare, grimasa smorfia, marchiza tettoria a vetri, plafon soffitto, rebut rifiuto. Insomma, se è vero che, per un italiano, farsi capire in Romania è relativamente facile, per chi conosce il francese e, per giunta, anche il dialetto, le possibilità di comunicare con gli abitanti di questo paese aumentano considerevolmente.


Renzo Villa, Dialetto ieri e oggi, Alzani editore, Pinerolo, 1996, pag 30


lunedì 30 gennaio 2017

Bianca

Adelma, Bianca e Eraldo Guglielmi

Due sorelle ed un fratello: Bianca nasce nel 1920, Eraldo nel 1925 e Adelma nel 1930. Cinque anni separano le loro nascite, così come tra i nipoti di Bianca saranno sempre cinque gli anni che tra fratelli faranno la differenza.

Quando una persona ci lascia si schiude del tutto la sua essenza ed è solo in quel momento che si ha una comprensione completa di chi era veramente. Raramente dedico un post a qualcuno del paese quando ci lascia per sempre, ma Bianca merita una riflessione. 

Eraldo, Bianca e Adelma

Vive fino a 96 anni e mezzo. Un'età veneranda, ma ciò che mi colpisce nel ripensarla è il fatto di rivederla nel corso del tempo sempre disposta a dare senza mai chiedere nulla. Amatissima dai quattro nipoti di sangue, cui si sono aggiunti i consorti e i discendenti, Bianca ha saputo conquistarli tutti proprio per quella sua presenza amorevole ed umile, che nulla mai chiedeva in cambio.

Giampiero e Pia

Il mio primo mare... mi affidarono a lei, ci portava Giampiero e ci potevo stare anch'io... eravamo due bambini vivaci, ma lei, paziente, acconsentiva. E così partivo, con la borsetta di velluto verde, il panino, i soldi per il gelato e la corriera ed anch'io beneficiavo della sua bontà. 

Bianca. 
Sì, una riflessione se la merita: non possiamo dimenticarla, ci ha lasciato un grande insegnamento: quello dell'altruismo, della pazienza, dell'amorevolezza, della disponibilità, della laboriosità. A volte andiamo cercando maestri e profeti nei libri o nelle sedi più disparate senza renderci conto che alcuni silenziosamente vivono da sempre attorno a noi. 

Adelma e Bianca nel 2014  

Era la zia di Susy, Giampiero, Lucio e Andrea, ma simbolicamente un po' la zia di tutti noi o, per lo meno, quella zia che tutti avremmo voluto avere.

Bianca, sì, di nome e di fatto: buon viaggio tra gli angeli.


martedì 10 gennaio 2017

Il tutto che diventa il nulla


A volte il passato ci spaventa, anche se non riusciamo, per istinto, ad andare indietro oltre al secolo. Abbiamo conosciuto bene chi è nato circa cento anni fa: erano i nostri padri, i nostri nonni, i veci che, alla luce della nostra infanzia, ci rappresentavano il volgere al tramonto della vita.
Poi ci siamo dimenticati di loro.
Ed ora, quando un attimo di riflessione ce li fa ricordare, sentiamo dentro di noi un disagio: tutto è cambiato, loro non appartengono a questo presente, sarebbero una nota stonata.
E pensare che il mondo non ha cento anni soltanto, ma secoli e secoli, e noi ne siamo la continuità, benché questo pensiero ci dia fastidio. Siamo "obbligati" ad un presente compresso, stancante, stressante, per certi versi, "disumano". Un presente che non lascia posto al passato e nemmeno al futuro perché, tutto sommato, stiamo andando verso il domani senza sapere bene perché e per che cosa. Andiamo e basta.
Strati di cemento, di asfalto, di plastica, di vetro, di ferro, di alluminio e quant'altro hanno sepolto ogni traccia di chi ci ha preceduto. Il mondo continua a seppellire altri mondi, spesso migliori di quelli attuali, cancellando con fulminea velocità anche sentimenti ed emozioni oltre alle cose.
Il tutto che diventa il nulla.